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Occhi

Un occhio rosso può essere una congiuntivite banale o un'urgenza oculistica: il discrimine è il dolore, non il rossore.

Il rossore da solo dice poco. Quello che cambia il quadro è la presenza di dolore vero — non fastidio — di calo della vista, di fotofobia marcata o di una pupilla che reagisce in modo diverso dall’altra. Questi segni spostano il sospetto da una congiuntivite a qualcosa che riguarda la cornea o l’interno dell’occhio, e in quel caso l’oculista va visto in giornata, non quando capita.

Occhio rosso: quattro cause, quattro risposte

Il rossore è un sintomo, non una diagnosi, e il collirio giusto dipende dalla causa. Nella congiuntivite allergica il prurito è il sintomo dominante, colpisce entrambi gli occhi e si accompagna spesso a starnuti: risponde agli antistaminici topici. Nella congiuntivite virale la secrezione è acquosa, inizia da un occhio e passa all’altro, spesso dopo un raffreddore: si risolve da sola e richiede soprattutto igiene, perché è molto contagiosa.

Nella forma batterica la secrezione è densa e giallastra e le palpebre si incollano al risveglio: può richiedere un antibiotico su prescrizione. L’occhio secco, infine, dà bruciore, sensazione di sabbia e paradossalmente lacrimazione eccessiva, e peggiora davanti agli schermi e nei locali con aria condizionata.

Oltre ai segni elencati sopra, escono da questo schema e richiedono una valutazione immediata anche un trauma, una sostanza chimica finita negli occhi e qualsiasi rossore in chi porta lenti a contatto.

ALLERGICA Prurito dominante, entrambi gli occhi Antistaminico topico VIRALE Secrezione acquosa, da un occhio all’altro Igiene, si risolve da sola BATTERICA Secrezione densa e gialla, palpebre incollate Antibiotico su prescrizione OCCHIO SECCO Bruciore e sensazione di sabbia davanti agli schermi Lacrime artificiali
Dolore vero, calo della vista, fotofobia marcata, trauma o rossore in chi porta lenti a contatto escono da questo schema e richiedono una valutazione oculistica in giornata.

Secchezza oculare: la categoria più fraintesa

Gli occhi che bruciano davanti allo schermo non sono quasi mai «stanchi»: sono asciutti, perché davanti a un monitor la frequenza di ammiccamento si riduce di circa due terzi. È questa, e non la luce dello schermo, la causa principale del fastidio serale, ed è il motivo per cui la regola delle pause — guardare lontano per una ventina di secondi ogni venti minuti — ha un effetto superiore a qualsiasi collirio sulla stanchezza visiva da lavoro.

Le lacrime artificiali si distinguono per densità e conservanti. Le soluzioni a bassa viscosità danno sollievo immediato, vanno bene di giorno e non annebbiano, ma si instillano spesso; i gel densi durano di più e si usano la sera perché offuscano la vista per qualche minuto. L’acido ialuronico è l’agente più diffuso e si trova a concentrazioni diverse: più alta è la concentrazione, più lunga la permanenza e maggiore l’appannamento iniziale.

Chi usa un collirio più di quattro volte al giorno dovrebbe preferire le monodosi o i flaconi con valvola, senza conservanti: il benzalconio cloruro, nell’uso cronico, irrita proprio la superficie che si vuole proteggere.

Come si instilla un collirio

Metà dell’efficacia di un collirio si perde nel gesto. L’occhio trattiene circa trenta microlitri e una goccia ne contiene cinquanta: la seconda goccia instillata subito dopo esce quasi tutta, quindi non raddoppia la dose, raddoppia solo il consumo. La goccia va fatta cadere nel sacco congiuntivale inferiore, tirando giù la palpebra e guardando in alto, senza toccare l’occhio o le ciglia con il beccuccio.

Subito dopo si chiudono gli occhi senza strizzarli per un minuto, premendo leggermente con un dito all’angolo interno dell’occhio: quella pressione chiude il canale che scarica le lacrime nel naso e trattiene il farmaco dove serve. È lo stesso gesto che riduce il sapore amaro in bocca e gli effetti sistemici dei colliri per il glaucoma, i betabloccanti in particolare.

Quando si usano due colliri diversi vanno distanziati di almeno cinque minuti, altrimenti il secondo lava via il primo. Se uno dei due è un gel o un unguento, si mette per ultimo.

Colliri decongestionanti: pochi giorni, non di più

I colliri che «sbiancano» l’occhio contengono vasocostrittori. Restringono i vasi e fanno sparire il rossore in pochi minuti, ma non agiscono sulla causa, e dopo alcuni giorni di uso continuo provocano un rossore di rimbalzo: alla sospensione i vasi si dilatano più di prima, l’occhio appare più rosso e questo spinge a riusare il prodotto. È lo stesso meccanismo degli spray nasali decongestionanti, con la stessa soluzione: limitarsi a pochi giorni e passare a un prodotto che agisca sul problema.

Vanno inoltre evitati del tutto in chi ha glaucoma ad angolo chiuso o una pressione oculare elevata.

Allergia oculare

Prurito, lacrimazione e gonfiore palpebrale stagionali rispondono agli antistaminici topici e ai cromoni, che però vanno iniziati prima del picco pollinico per essere davvero efficaci. Un antistaminico orale come la cetirizina agisce sull’insieme dei sintomi quando sono coinvolti anche naso e gola. I colliri a base di cortisone, invece, non si usano mai di propria iniziativa: su un’infezione erpetica peggiorano il quadro e l’uso prolungato può alzare la pressione oculare.

Orzaiolo, calazio e blefarite

Tre disturbi della palpebra che vengono trattati come se fossero lo stesso. L’orzaiolo è un’infezione acuta di una ghiandola del margine palpebrale: compare in un paio di giorni, è dolente e arrossato, e nella maggior parte dei casi si risolve con impacchi caldi e umidi per cinque minuti, tre o quattro volte al giorno. Il calore serve a fluidificare il contenuto della ghiandola, quindi va rifatto appena l’impacco si raffredda: un panno tiepido tenuto dieci secondi non fa nulla.

Il calazio è quello che resta dopo: un nodulo duro e indolore, che può durare settimane e che non risponde agli antibiotici perché non è un’infezione in corso. Spremere l’uno o l’altro è il modo più rapido per diffondere il problema ai tessuti vicini.

La blefarite è la causa cronica che sta sotto a molti orzaioli ricorrenti e a molti occhi secchi: le ghiandole del bordo palpebrale producono un secreto troppo denso e il film lacrimale evapora in fretta. Si gestisce con l’igiene quotidiana del margine palpebrale — calore, poi massaggio, poi detersione con salviette dedicate — e non si risolve in una settimana. Vanno invece fatti vedere un gonfiore che coinvolge tutta la palpebra con febbre, una lesione che non si muove e cresce, e qualsiasi massa palpebrale che sanguina o deforma il bordo delle ciglia.

Lenti a contatto

Tre errori spiegano la maggior parte delle complicanze: rabboccare la soluzione invece di sostituirla, usare acqua di rubinetto per il portalenti, superare la durata dichiarata delle lenti. Il terzo è il più frequente e il meno percepito come rischioso. Un dolore con lente indossata, soprattutto al risveglio, va trattato come un’emergenza: si toglie la lente e si fa vedere l’occhio, perché una cheratite da contatto evolve in fretta.

Con le lenti non si instilla qualsiasi collirio: molti vanno messi a lente rimossa, e la lente si rimette dopo almeno un quarto d’ora. Le lacrime artificiali compatibili lo dichiarano in confezione; in assenza di quella indicazione, la regola prudente è togliere la lente.

Pressione oculare e glaucoma

Il glaucoma cronico non dà sintomi fino a quando il campo visivo è già compromesso, e il danno non si recupera. La misurazione della pressione oculare fa parte di una visita oculistica di routine, consigliata con regolarità dopo i quarant’anni e prima in chi ha familiarità. Le terapie prescritte, come i colliri a base di bimatoprost, funzionano solo se usate ogni giorno alla stessa ora: la sospensione autonoma è una delle cause più comuni di peggioramento.

Domande ricorrenti

Le lacrime artificiali senza conservanti valgono la differenza di prezzo?

Sì, se si instillano più di tre o quattro volte al giorno o se si portano lenti a contatto: il benzalconio cloruro usato come conservante è esso stesso irritante per la superficie oculare e con l’uso frequente peggiora il problema che si vuole trattare. Per due applicazioni al giorno la differenza è trascurabile.

Per quanto tempo si usa un collirio dopo l’apertura?

I flaconi multidose si buttano dopo ventotto giorni dall’apertura, anche se sono mezzo pieni e anche se la scadenza stampata è lontana: dopo l’apertura la contaminazione è questione di settimane. Le monodose si usano subito e si gettano, senza conservare la fiala aperta per la sera.

Gli impacchi di camomilla fanno bene agli occhi?

Il sollievo è quello del calore, non della camomilla, che è una delle piante che dà più spesso congiuntivite allergica da contatto. Su orzaioli e blefariti l’impacco tiepido con acqua pulita, dieci minuti due volte al giorno, ottiene lo stesso effetto senza il rischio.

Se devo usare due colliri diversi, quanto tempo lascio passare?

Almeno cinque minuti, altrimenti la seconda goccia dilava la prima prima che faccia effetto. L’ordine conta: prima le soluzioni acquose, poi le sospensioni, per ultimi i gel e le pomate, che restano sulla superficie e rallentano l’assorbimento di tutto il resto. Se un collirio è prescritto dall’oculista e l’altro è un lubrificante da banco, il prescritto va per primo.

Un collirio antibiotico si può tenere in casa per sicurezza?

È il collirio che si usa più a sproposito. La maggior parte delle congiuntiviti è virale o allergica e l’antibiotico non le tocca; usarlo a caso seleziona batteri resistenti e maschera quadri che vanno visti, come una cheratite da lente a contatto. Un collirio avanzato da un episodio precedente, poi, è comunque scaduto.

Le valutazioni europee sui medicinali oftalmici, compresi i colliri antistaminici, sono pubblicate dall’Agenzia europea per i medicinali.