Circolazione
Le calze a compressione graduata sono il trattamento con le prove migliori, e anche il meno usato: quasi sempre perché vengono comprate della taglia sbagliata.
Gambe pesanti alla sera, caviglie gonfie, crampi notturni: sono i sintomi iniziali dell’insufficienza venosa cronica, una condizione che peggiora lentamente e che si gestisce bene se affrontata prima che compaiano le varici. Il trattamento con le prove di efficacia più solide non è una crema né un integratore, ma la compressione elastica graduata.
Calze elastiche: la taglia prima della classe
Una calza a compressione graduata esercita una pressione decrescente dalla caviglia verso l’alto, e funziona solo se le misure corrispondono. Le circonferenze si prendono al mattino, prima che la gamba si gonfi: caviglia, polpaccio e, per le lunghe, coscia. Una calza troppo stretta in alto crea un laccio e peggiora il ritorno venoso; una troppo larga non fa nulla.
La classe di compressione, espressa in millimetri di mercurio, va scelta in base al quadro clinico: le gradazioni più leggere sono di sollievo e prevenzione per chi passa molte ore in piedi o seduto, quelle intermedie e alte sono terapeutiche e le indica il medico, perché dipendono dallo stadio dell’insufficienza venosa. Si indossano al mattino, prima di alzarsi, quando la gamba è ancora sgonfia: metterle la sera, dopo una giornata in piedi, significa fissare l’edema invece di prevenirlo.
C’è una controindicazione che non va saltata: in presenza di un’arteriopatia periferica significativa la compressione riduce ulteriormente la perfusione, e la calza si usa solo dopo valutazione medica. Il sospetto si pone quando il dolore al polpaccio compare camminando e si placa fermandosi, o quando i polsi del piede sono difficili da trovare.
Flebotonici e creme
Diosmina, escina, rutina, estratti di vite rossa e centella agiscono sul tono della parete venosa e sulla permeabilità capillare: negli studi riducono la sensazione di pesantezza, il gonfiore serale e i crampi notturni, ma non fanno regredire una vena varicosa già formata e non sostituiscono la compressione. Le creme rinfrescanti danno sollievo immediato per effetto termico, e conservarle in frigorifero ne aumenta la resa.
Si assumono per cicli di alcune settimane, perché l’effetto non è immediato, e l’assenza di beneficio dopo due mesi è un motivo per rivedere l’impostazione con il medico anziché cambiare marca. Nessuno di questi prodotti modifica la storia naturale della malattia venosa: il loro ruolo è sul sintomo.
Quando le varici si trattano davvero
Se le creme e gli integratori non eliminano una varice, resta la domanda che quasi nessuno pone al banco: che cosa la elimina. La risposta passa da un ecocolordoppler venoso, che non serve a confermare quello che si vede ma a capire dove il reflusso comincia: una varice è l’effetto a valle di valvole che non tengono, e trattare il segmento sbagliato porta a una recidiva in pochi anni.
Le opzioni attuali sono tre famiglie. La scleroterapia inietta una sostanza che chiude il vaso dall’interno ed è la scelta tipica per capillari e varici di calibro ridotto, in più sedute ambulatoriali. Le tecniche endovascolari — laser o radiofrequenza — chiudono la vena principale dall’interno in anestesia locale, con ripresa delle attività quasi immediata, e hanno in larga parte sostituito la chirurgia tradizionale. L’asportazione chirurgica resta per quadri specifici.
Due aspettative vanno calibrate prima. Il trattamento corregge il reflusso ma non impedisce che altre vene cedano negli anni, quindi la compressione e il movimento restano anche dopo; e la distinzione fra indicazione estetica e indicazione clinica cambia anche chi paga, perché la prima resta a carico della persona mentre la seconda entra nei percorsi del servizio sanitario. Ulcere, flebiti ripetute, sanguinamento da una varice e un edema che non risponde sono indicazioni cliniche a tutti gli effetti.
Gambe in gravidanza e nei lavori in piedi
In gravidanza succedono tre cose insieme: il volume di sangue aumenta, il progesterone rilassa la parete venosa e l’utero comprime le vene del bacino. Il risultato sono gambe gonfie e varici che compaiono anche in chi non le ha mai avute, spesso già dal secondo trimestre e più facilmente nelle gravidanze successive. La buona notizia è che una parte regredisce nei mesi dopo il parto, e per questo i trattamenti definitivi si rimandano, in genere di sei mesi o fino alla fine dell’allattamento.
Quello che si fa nel frattempo è la compressione, indossata prima di alzarsi dal letto, il riposo sul fianco sinistro, che libera la vena cava, e il movimento regolare. I flebotonici in gravidanza non si prendono di iniziativa propria: diversi non sono studiati in questa condizione, quindi la domanda va fatta al ginecologo. Un gonfiore che interessa una sola gamba, invece, non è mai da attribuire alla gravidanza: il rischio trombotico in questo periodo è più alto e va valutato lo stesso giorno.
Per chi lavora in piedi o seduto molte ore valgono le stesse leve, applicate durante il turno e non alla fine: muovere le caviglie e alzarsi sulle punte qualche volta ogni ora, un appoggio per alternare il peso fra le gambe, calze di compressione leggera indossate dal mattino. Stare fermi in piedi è peggio che camminare, perché senza contrazione del polpaccio la pompa muscolare non lavora.
Emorroidi
Nella fase acuta contano tre cose nell’ordine: ammorbidire le feci — fibre, acqua, eventualmente un lassativo osmotico — ridurre il tempo passato seduti sul water, e usare creme o supposte con anestetico o antinfiammatorio per pochi giorni. Il punto decisivo è la stipsi: lo sforzo durante l’evacuazione è la causa che mantiene il problema, e agire su fibre, acqua e tempi in bagno vale più di qualsiasi pomata. I preparati con corticosteroidi si usano per cicli brevi, non oltre una settimana.
Il sanguinamento rosso vivo dopo l’evacuazione è il sintomo tipico, ma non va dato per scontato: un sanguinamento rettale va sempre riferito al medico, perché l’origine non è automaticamente emorroidaria, soprattutto dopo i cinquant’anni, quando la presenza di sangue nelle feci richiede un approfondimento anche in chi ha emorroidi note.
Viaggi lunghi e rischio trombotico
Immobilità prolungata, disidratazione e postura seduta aumentano il rischio di trombosi venosa profonda. Per voli lunghi valgono misure semplici: alzarsi ogni paio d’ore, muovere le caviglie, bere acqua, evitare alcol, indossare calze a compressione leggera se c’è familiarità o se si è avuto un episodio precedente. Chi assume terapie anticoagulanti come l’apixaban o il rivaroxaban non interrompe nulla in vista di un viaggio senza parlarne con il medico.
I segnali che non sono «gambe stanche»
- Gonfiore improvviso di una sola gamba, con differenza evidente rispetto all’altra, dolore al polpaccio e calore.
- Vene superficiali più evidenti del solito su quella gamba.
- Arrossamento duro lungo il decorso di una vena.
- Una ferita alla gamba che non si chiude in settimane.
- Dolore al polpaccio che compare camminando e si placa fermandosi: riguarda le arterie, non le vene.
- Affanno improvviso o dolore toracico in chi ha una gamba gonfia: è un quadro da pronto soccorso.
I primi due vanno valutati lo stesso giorno, soprattutto dopo un lungo viaggio, un’immobilizzazione, un intervento o in presenza di una terapia ormonale.
Quello che si fa senza prodotti
Sollevare le gambe sopra il livello del cuore per una ventina di minuti due volte al giorno riduce l’edema più di molti integratori. Camminare attiva la pompa muscolare del polpaccio, che è il vero motore del ritorno venoso. L’esposizione prolungata al calore — bagni molto caldi, sauna, sabbia bollente — peggiora i sintomi, mentre una doccia fredda sulle gambe a fine giornata dà sollievo immediato.
Domande ricorrenti
Quando si mettono le calze elastiche?
Al mattino, prima di alzarsi dal letto, quando la gamba è ancora sgonfia: infilarle su una caviglia già gonfia nel pomeriggio è difficile e serve a poco. Si tengono durante la giornata e si togliono la sera, salvo diversa indicazione medica.
Quanto durano le calze a compressione?
La fibra elastica perde tenuta con i lavaggi: dopo circa sei mesi di uso quotidiano la compressione dichiarata non è più quella, anche se la calza sembra intera. Averne due paia da alternare allunga la vita di entrambe e permette di lavarle a mano senza restare un giorno senza.
I flebotonici si prendono tutto l’anno?
Si usano in cicli, tipicamente nei mesi caldi o nei periodi in cui i sintomi aumentano, e l’effetto riguarda la sensazione di pesantezza e gonfiore, non le vene già dilatate. Non sostituiscono la compressione elastica, che resta il trattamento con le prove migliori.
Per quanto si può usare una crema per emorroidi con cortisone?
Cicli brevi, intorno ai sette giorni: oltre, la cute perianale si assottiglia e il prurito peggiora proprio per effetto del prodotto. Un sanguinamento che continua, o che compare per la prima volta dopo i cinquant’anni, va valutato dal medico anche quando sembra chiaramente emorroidario.
La doccia fredda sulle gambe serve davvero?
Sì, ed è la misura più economica di tutte: il getto freddo dal basso verso l’alto, a fine doccia, riduce la vasodilatazione e la sensazione di pesantezza. Insieme a camminare ogni giorno e a tenere le gambe sollevate la sera, fa più di qualunque crema.
I dati italiani sulle malattie cardiovascolari e sui fattori di rischio sono raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità su EpiCentro.